Appunti su Lo Lee Ta

 

Come scrisse lo stesso Nabokov :  “ il primo palpito di Lolita” lo colse nel 1939 in russo, l’ultima stesura,  però, venne ultimata nel 1954, in lingua inglese – la quale, dopo varie traversie con la maggior parte degli editori americani – trova un editore a  Parigi : l’Olympia Press, venendo finalmente alla luce nel 1955. L’ Olympia press era una casa editrice che si occupava do pubblicare letteratura erotica e i testi in lingua inglese che in America subivano l’ostracismo della censura. Alcuni di questi titoli sono ” Pasto nudo di  William S. Burroughs” e ” Histoire d’O di  Puline Réage”. 

 

Lolita è il libro più compatto di Nabokov. In effetti, Lolita è una scatola di legno perfettamente incisa, essenzialmente solida. Quando la compri, non lo fai con l’intenzione di metterci dentro qualcosa, la prendi perché esista, desiderando deliberatamente che esista.

Lo smodato piacere che si è concesso Nabokov, nello scrivere Lolita sta nelle pieghe semiotiche e semantiche della lingua inglese, ed è da li che la storia tuona quasi senza dignità, liberata da ogni pretesa dell’azione che viene, semmai, secreta dal tintinnio delle sillabe che da sole pullulano e si sdoppiano, si scelgono e rimbalzano. (Lo. Lee.Ta). Si allungano sibilline ottenendo una storia quasi non convenzionale.

CNUF65dWIAA2vOb

 

– Sulla Prefazione

 Il libro ci viene presentato in prefazione da un personaggio immaginario che ha un approccio piuttosto e specialmente pratico alla faccenda Lolita. L’editore immaginario adempie alla sua funzione suggestiva preparandoci, in un certo qual modo, da buon pefazionista, ad affrontare un testo insinuante, si scusa e, in qualche maniera, previene le nostre curiosità morbose riguardo la losca faccenda che si presta a pubblicare. Ci fornisce le ultime fatalità legate ai personaggi coinvolti, dopodiché, ci lascia al prorompere dell’incipit, che dilaga inondando, senza scampo, ogni tremito umano, ogni sorta di barlume di lucidità. 

Incipit :

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.
Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.
Una sua simile l’aveva preceduta? Ah sì, certo che sì! E in verità non ci  sarebbe stata forse nessuna Lolita se un’estate, in un principato sul mare, io non avessi amato una certa iniziale fanciulla. Oh, quando? Tanti anni prima della nascita di Lolita quanti erano quelli che avevo io quell’estate.
Potete sempre contare su un assassino per una prosa ornata. Signori della giuria, il reperto numero uno è ciò che invidiarono i serafini, i male informati, ingenui serafini dalle nobili ali. Guardate questo intrico di spine.

                           Nabokov, a questo punto, ci lascia all’infanzia di Humbert, al ricordo di Annabel  “una certa iniziale fanciulla”, al degenerare progressivo della sua condotta.

Oggi i suoi lineamenti mi appaiono molto più confusi di qualche anno fa, prima che conoscessi Lolita. Ci sono due tipi di memoria visiva: l’uno è quando ricrei con perizia, a occhi aperti, un’immagine nel laboratorio della mente (e allora vedo Annabel in termini generici come: «pelle color miele», «braccia esili», «capelli alla maschietta», «lunghe ciglia», «bocca grande e lucente»); l’altro quando evochi d’un tratto, a occhi chiusi, nel buio interno delle palpebre, la replica oggettiva, esclusivamente ottica di un viso amato, un piccolo fantasma dal colorito naturale (e così vedo Lolita).

 

Dall’alto della sua protervia e dalla parte di chi possiede non troppo inspiegabilmente i “palpiti” e l’ardore che, sono l’astuzia letteraria della natura di lolita e della sua  genesi, (genesi che sembra avere come foce un primate –  una  scimmia!-  è così inverosimile ?  – ) Nabokov pretende dai suoi lettori altrettanta furbizia nel rifiutare categoricamente qualunque analisi discernitiva sul testo.

Lolita è una dimensione emotiva con dei contorni ben definiti, degli spigoli, delle matasse che, non sono nate per essere interrogate, come se si trattasse di un caso clinico a cui diagnosticare un disturbo. Lolita esiste come dimensione, una dimensione emotiva che si è ramificata fino ad assumere la forma che conosciamo.

È un’esperienza che non può essere conclusa ne archiviata alla fine della lettura, che si dilata, invece, inglobando più coscienze mnemoniche.

pretendere una disamina introspettiva è snaturare il fenotipo Lolita.

 

Lolita chiede, piuttosto, di essere  morbosamente amato, amaramente ingoiato, spiato, ammirato (parlo dell’intero testo e non del personaggio in particolare).

Lolita è un Fotogramma già esistente,  la litografia  di qualche legame parentale percettibile nel filo genetico degli starti di una discendenza spinale, vertebra dopo vertebra , con dettagli che si estendono in altre longitudini,

che riguardano le linee  e la forma, una geometria musicale del testo, i dettagli inverosimilmente vividi e strategicamente stagliati.

 

Lolita quindi, si spande in lunghezza, è  un’estensione che ci si concede, ci si prende il tempo, ci si accinge a trovare la giusa e ci si preoccupa di accrescere adeguatamente lo spazio per  ospitarla.

I nervi a cui l’impulso arriva sono proti, ben tesi, impressionabili. Le sinapsi scattano e la condizione emotiva viene alterata.

Quella che per tutto il tempo della storia rimane presente è la guida e la supervisione dello stesso Nabokov, una guida tutt’altro che amorevole; piuttosto ostica, ambigua, altera, tediosa, egemone e funzionalmente curiosa di appurare  che l’effetto ottenuto sia esattamente quello desiderato e che lo sguardo del lettore si sia posato, esattamente, la dove il dito indicava, su quel dettaglio, su quel profumo – letteralmente – su quel colore.

In Lolita è tutto previsto, a cominciare da quali specifiche emozioni ti susciterà quello che leggerai, tutto questo, non per uno sterile puntiglio manieristico, esclusivamente perché questo è l’unico tratto prosaico valido perché  Lolita sussista.

Il lettore Nabokoviano non è libero e sa di non esserlo, anzi, necessita di essere condotto in certe particolari estensioni dell’animo letterario che Nabokov magistralmente manipola e accresce e che restituisce definite ma estese

rielaborate al solo scopo di dargli spazio per esistere, e lui realizza questo croccante tessuto di estensione umana, vuotandola di qualunque sostanza, mantenendone esclusivamente  l’essenza concava.

Io vedo Lolita distendersi, irrigidirsi e allo stesso tempo ammorbidirsi, quando mi approccio a lui, un ghigno di soppiatto, una moviola discutibile, una abat-jour, et voilá : dolorosa e soave trappola, un’istantanea in bianco e nero perfettamente contornata e adornata un poco opaca, sotto le ciglia umide.

Trattiene l’amarezza di una trottola di latta giocattolo lasciata su un parquet  deserto, in una casa vuota, la malinconia degenerativa della fine di una stagione emotiva assoluta, che però, il tempo è riuscito a piegare sotto lo spessore del suo sudario di velluto.lolita-8

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...