Chiudete l’orecchio al tintinnio delle baionette.

Due anni fa lessi di un’esposizione temporanea al musèe d’Orsay dal titolo:

“Sade. Attaquer le soleil”

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Considerato che una volta letto “Justine – le sventure della virtù” non ho mai più lasciato Sade. Considerato che lui e Giordano Bruno rimangono, per me, le lanterne che illuminano la ragion d’essere di ogni sovversione concettuale. Considerata, in fine, la portata della lettura che si intraprende quando si sceglie di leggere il Divin Marchese (in termini di impegno, fatica e timore di essere pervasi da una sensazione di comunanza o di disgusto, in egual misura, verso gli atti che Sade fa compiere ai suoi personaggi), era evidente che la notizia mi allietasse piacevolmente, benché non potesse rendermi entusiasta, (sapendo di non potervi assistere); la notizia, però, era corredata di un breve trailer, che sembrava promettere un assaggio delle atmosfere che si sarebbero potute esperire all’esposizione.

Questo è il link al trailer : Une exposition, un regard: “Sade. Attaquer le soleil”

Il trailer mostra arti che si snodano e si annodano come larve imbellettate, anonimi corpi traslucidi in un turbinio insensato di pudore, accompagnati da un crescendo di gemiti soffocati, pelle patinata, pezzi di corpi, senza macchia e senza paura, venuti direttamente da un catalogo di intimo; rannicchiati sul finale, come neonati sul cotone, compongono la scritta “Sade”. Tutto questo non poteva ricordarmi Sade, né animarmi niente che non fosse riconducibile ad una blanda sensazione erotismo fittizio.

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Parliamo dell’uomo che ha dato il nome ad un concetto: il Sadismo.

Parliamone, dunque. Parliamo delle opere, della sua visionaria ossessività.

Parliamo della penombra in cui si crogiola e in cui si addentra. Parliamo delle sue definizioni di infecondità, dell’eccesso e dell’ostinazione con cui egli si fortifica inveendo contro l’inautentico a favore di qualunque giogo riveli l’indole umana. Immagini da “Le 120 giornate di Sodoma” di rappresentazioni orrifiche che vedono donne gravide sventrate, topi vivi cuciti nel condotto uterino di donne stremate dalle sevizie. Tuttavia, in Sade si trova il coraggio di spingere su questi tasti immondi, di spremere limone sulle ferite della coscienza di se, si trova il coraggio di torturare brutalmente, e, senza alcuna pietà quel “gentil sesso” a cui per esaltare le virtù maschili si doveva rendere onore, un tributo sempre simulato, sempre millantato, sempre e solo apparente, sempre dall’alto della torre d’avorio in forma fallica da cui l’uomo guarda(va) il mondo. Oltre questo belletto, lastricato di buone intenzioni, troneggia il mostruoso e l’indicibile, putrido e repellente budello dell’efferatezza e della protervia umana, che ha affondato i suoi artigli nella negazione, tenendosi aggrappato, con tutte le forze al diniego. Egli scaraventava in maniera per nulla ortodossa, sugli esseri umani di sesso femminile l’idea di usare per i propri scopi il libertinismo, abdicando a qualunque morale, affinché emergesse l’autentico. No, Sade non era un femminista, lui parlava del mondo dell’umano dallo spioncino della cattiva coscienza, qualunque cosa essa significhi, lui distruggeva, non liberava, ma in questo demolire, nel suo massacro tentacolare lui si libera di un fardello e spalanca gli occhi a chi osa sbirciare, dal suo cantuccio, l’immane opera che tradisce l’umano. Si evince, dai monologhi dei suoi personaggi, quanta razionale e determinata logicità di intenzioni pervade il pensiero di compiere scempi e profanazioni. Quest’uomo con cruda determinazione ha dedicato i suoi sforzi filosofici  a una temeraria idea di paradosso della distruzione. Distruggere l’umano per vederlo pericolosamente emergere in tutta la sua funesta onestà . Ancora oggi, dopo quasi tre secoli, abbiamo l’impulso di edulcorare questa figura, di adattarla, di farla calzare al tempo, secolo dopo secolo. Poch*leggono Sade dimenticando la morale, sofferenti e miserabili, schiacciati dall’angoscia ed esaltat* dalla voragine che è capace di spaccare nel fondale dell’inconscio.

Quando lessi che il filmato era stato ispirato alla figura di Sade, da due artisti (David Freymond e Florent Michel), qualcosa dentro di me si ribellò. Io comprendo bene che, la diffusione del video non sarebbe stata possibile se il video avesse mostrato con smodata disinvoltura determinate brutalità. Certo, l’intenzione di addolcire la prospettiva per poterla portare all’attenzione è qualcosa che lui avrebbe aborrito; ma, per ciò che mi concerne, so perfettamente che l’idea ragionevole di ogni comunicazione prevede la necessità di essere resa intellegibile. No, non è a questo che mi sono ribellata, ma, alla trasfigurazione dell’input “Sadico” che il video promulga, e questo mi ha animato dentro l’urgenza di celebrare il genio di quest’uomo, entro il campo in cui esso si muove, che non è quello dell’erotismo deterso e memorabile in un universo estatico e traslucido, è quello della violenza e della volontà ineluttabile di adempiere ad una catabasi dello spirito a favore di null’altro se non l’autenticità. 

Sade fa  fiorire fortuna e prosperità nella vita di Juliette poiché essa non si lascia frenare dalle leggi che l’umano si impone di rispettare per senso del dovere, e, si accanisce su Justine, giacché ella si lascia dominare dal senso di colpa e cede alle leggi della moralità, che Sade vede come un artificio. A questo proposito, trovo che Simone De Beauvoir e George Bataille abbiano colto questo passaggio in maniera molto simile:

Attribuire a Sade una troppo facile simpatia significa tradirlo; infatti, ciò che lui vuole è la mia infelicità, la mia soggezione e la mia morte; e ogniqualvolta prendiamo partito per il bambino scannato da un satiro, ci erigiamo contro di lui. Così pure, egli non mi vieta di difendermi, ammette che un padre di famiglia vendichi o prevenga, magari con l’omicidio, che il proprio figlio venga violentato. Quello che reclama è che, nella lotta che contrappone tra loro esistenze inconciliabili, ognuno si impegni concretamente nel nome della propria esistenza. Approva la vendetta, e non i tribunali: si può uccidere, ma non giudicare. Le pretese del giudice sono più arroganti di quelle del tiranno, poiché questi si limita a coincidere con se stesso, mentre il primo cerca di erigere le proprie opinioni a legge universale; il suo tentativo poggia su una menzogna: ognuno infatti è racchiuso nella propria pelle, non può diventare mediocre fra individui separati, nel cui ambito è anch’egli separato. Il fatto poi che molti individui si coalizzino, che si alienino insieme in istituzioni di cui nessuno è più il padrone, non conferisce loro nessun diritto nuovo: la quantità numerica non prova nulla. Non c’è nessun modo di misurare quello che è incommensurabile. Per sfuggire ai conflitti dell’esistenza, ci rifugiamo in un universo di apparenze e l’esistenza stessa si sottrae; credendo di difenderci, ci annientiamo. L’immenso merito di Sade consiste nel suo rivendicare, contro le astrazioni e le alienazioni che sono solo una fuga, la verità dell’uomo. Nessuno più di lui si è appassionatamente legato al concreto. Egli non ha mai attribuito credito alcuno ai «si dice» di cui i mediocri si rimpinzano pigramente; non aderisce se non alle verità che gli sono offerte nell’evidenza della sua esperienza vissuta; in tal modo, ha superato il sensualismo della sua epoca per trasformarlo in una morale dell’autenticità.

  •   Simone De  Beauvoir “Dobbiamo bruciare Sade?” 

Ma Sade si trovava in questa situazione morale: molto diverso dai suoi eroi, nel senso che spesso dimostrò sentimenti umani, conobbe degli stati di sfrenatezza e di estasi che gli sembrarono prova di alta sensibilità, se paragonati alle possibilità comuni. Egli ritenne di non potere o dovere eliminare dalla sua vista questi stati d’animo pericolosi, ai quali lo costringevano i suoi desideri invincibili. Invece di dimenticarli come avviene di solito nei momenti di normalità, egli osò guardarli bene in faccia e si pose la domanda abissale che in realtà essi pongono a tutti gli uomini. Prima di lui, altri avevano avuto altri smarrimenti, ma tra lo scatenarsi passioni e la coscienza restava una opposizione fondamentale. Lo spirito umano non ha mai cessato di obbedire all’esigenza che porta al sadismo: ciò avveniva furtivamente, nella tenebra che nasce dall’incompatibilità fra la violenza, che è cieca, e la lucidità della coscienza. La frenesia allontanava la coscienza. Da parte sua la coscienza, nella condanna angosciosa, negava e ignorava il senso della frenesia. Sade per primo, nella solitudine della sua prigione, diete una espressione ragionata a questi impulsi incontrollabili, sulla cui negazione la coscienza ha fondato l’edificio sociale – ed ha fondato anche l’immagine dell’uomo. Sade, a tale scopo, ha dovuto rovesciare e contestare tutto ciò che gli altri consideravano come incrollabile. I suoi libri danno la sensazione che egli volesse, con una rivoluzione esasperata, l’impossibile e il rovescio della vita. Egli ebbe la sicura decisione della massaia che in tutta fretta scortica un coniglio con gesto sicuro (anche la massaia rivela il rovescio della verità e, in questo caso , il rovescio è anche il cuore della verità). 

[…]

Egli è certo soltanto su un punto, ed è che niente giustifica la punizione, almeno la punizione umana. “La legge, fredda per sua natura, non potrebbe essere toccata dalle passioni che possono legittimare l’atto crudele dell’omicidio”. Questa opinione, grave di significato, non muta mai in lui: “tu vuoi” diceva già in una lettera del 29 gennaio 1782 “che l’universo intero sia virtuoso e non senti che tutto perirebbe in un attimo se sulla terra non ci fossero che virtù… Tu non vuoi capire che, essendo necessario che esistano vizzi, sarebbe ingiusto da parte tua punirli, come sarebbe ingiusto beffarsi di un guercio…”.  E più avanti: “… godi, amico mio, godi e non giudicare…godi, godi ti dico, lascia la natura di guidarti a suo talento, e all’Eterno il compito di punirti”. La “sfrenatezza” delle passioni è sì maledetta, ma la punizione, che si propone di evitarla, ha un carattere che è diverso da quello del delitto (i moderni dicono in termini non del tutto perfetti ma più precisi: il delitto che è frutto di passione è pericoloso, ma autentico. Non così la repressione, che deve rispondere a una condizione: quella di non proporsi come scopo l’autentico, ma l’utile). Molti concordano su questo punto: l’atto del giudice è agghiacciante, remoto da ogni desiderio e privo di rischi: essi chiude desolatamente il cuore.

  • George Bataille “La letteratura e il male”

Moltissime coscienze critiche si sono mosse verso una disamina sincera della prospettiva Sadiana. Sotto lo strato di ogni morfologia concettuale intellegibile, si annida l’insperato recesso tumultuoso della genuinità, laddove cessa il supporto del contenimento, dove non è ammessa temperanza, dove non si proferisce ragionevolezza, laddove non si deve mitigare l’assenza di significato. Forse si tratta del non-mondo, il non-costruito, il non- riconducibile, di cui Sade aveva intuito la trascendenza, ma a condizione di non cullarvisi e di ammettere l’insignificanza dell’essere e la crudezza dell’azione concreta. Il trascendere ogni artificio smascherandolo come caricaturale rende il pensiero di quest’uomo completamente atemporale.

Io auspico che del Divin Marchese si parli. Ditene, ditene di ogni sorta, ma, se scegliete di parlare di Sade, non trasfigurate la sua letteratura allontanandovene, per prediligere qualche propaggine iridescente della sua fama. Perché il luogo speciale da cui esso si è permesso di guardare la realtà e di immaginarsela, non può venire vanificato dalla tentazione di restituirlo più digeribile, meno diabolico, accettabile.

Ho un ultimo omaggio per il Divin Marchese. In realtà non è mio, ma lo prendo in prestito perchè ho la sensazione di vedere l’ombra di  Donatien-Alphonse-François de Sade permeare la solenne devozione di Swinburne in queste parole:

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E a quel punto, per me, chiudere l’orecchio al tintinnio delle baionette e alzare lo sguardo su Sade, diventa non un onere ma un onore, non doveroso ma istintivo.

Autentico.

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Appunti su Lo Lee Ta

 

Come scrisse lo stesso Nabokov :  “ il primo palpito di Lolita” lo colse nel 1939 in russo, l’ultima stesura,  però, venne ultimata nel 1954, in lingua inglese – la quale, dopo varie traversie con la maggior parte degli editori americani – trova un editore a  Parigi : l’Olympia Press, venendo finalmente alla luce nel 1955. L’ Olympia press era una casa editrice che si occupava do pubblicare letteratura erotica e i testi in lingua inglese che in America subivano l’ostracismo della censura. Alcuni di questi titoli sono ” Pasto nudo di  William S. Burroughs” e ” Histoire d’O di  Puline Réage”. 

 

Lolita è il libro più compatto di Nabokov. In effetti, Lolita è una scatola di legno perfettamente incisa, essenzialmente solida. Quando la compri, non lo fai con l’intenzione di metterci dentro qualcosa, la prendi perché esista, desiderando deliberatamente che esista.

Lo smodato piacere che si è concesso Nabokov, nello scrivere Lolita sta nelle pieghe semiotiche e semantiche della lingua inglese, ed è da li che la storia tuona quasi senza dignità, liberata da ogni pretesa dell’azione che viene, semmai, secreta dal tintinnio delle sillabe che da sole pullulano e si sdoppiano, si scelgono e rimbalzano. (Lo. Lee.Ta). Si allungano sibilline ottenendo una storia quasi non convenzionale.

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– Sulla Prefazione

 Il libro ci viene presentato in prefazione da un personaggio immaginario che ha un approccio piuttosto e specialmente pratico alla faccenda Lolita. L’editore immaginario adempie alla sua funzione suggestiva preparandoci, in un certo qual modo, da buon pefazionista, ad affrontare un testo insinuante, si scusa e, in qualche maniera, previene le nostre curiosità morbose riguardo la losca faccenda che si presta a pubblicare. Ci fornisce le ultime fatalità legate ai personaggi coinvolti, dopodiché, ci lascia al prorompere dell’incipit, che dilaga inondando, senza scampo, ogni tremito umano, ogni sorta di barlume di lucidità. 

Incipit :

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.
Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.
Una sua simile l’aveva preceduta? Ah sì, certo che sì! E in verità non ci  sarebbe stata forse nessuna Lolita se un’estate, in un principato sul mare, io non avessi amato una certa iniziale fanciulla. Oh, quando? Tanti anni prima della nascita di Lolita quanti erano quelli che avevo io quell’estate.
Potete sempre contare su un assassino per una prosa ornata. Signori della giuria, il reperto numero uno è ciò che invidiarono i serafini, i male informati, ingenui serafini dalle nobili ali. Guardate questo intrico di spine.

                           Nabokov, a questo punto, ci lascia all’infanzia di Humbert, al ricordo di Annabel  “una certa iniziale fanciulla”, al degenerare progressivo della sua condotta.

Oggi i suoi lineamenti mi appaiono molto più confusi di qualche anno fa, prima che conoscessi Lolita. Ci sono due tipi di memoria visiva: l’uno è quando ricrei con perizia, a occhi aperti, un’immagine nel laboratorio della mente (e allora vedo Annabel in termini generici come: «pelle color miele», «braccia esili», «capelli alla maschietta», «lunghe ciglia», «bocca grande e lucente»); l’altro quando evochi d’un tratto, a occhi chiusi, nel buio interno delle palpebre, la replica oggettiva, esclusivamente ottica di un viso amato, un piccolo fantasma dal colorito naturale (e così vedo Lolita).

 

Dall’alto della sua protervia e dalla parte di chi possiede non troppo inspiegabilmente i “palpiti” e l’ardore che, sono l’astuzia letteraria della natura di lolita e della sua  genesi, (genesi che sembra avere come foce un primate –  una  scimmia!-  è così inverosimile ?  – ) Nabokov pretende dai suoi lettori altrettanta furbizia nel rifiutare categoricamente qualunque analisi discernitiva sul testo.

Lolita è una dimensione emotiva con dei contorni ben definiti, degli spigoli, delle matasse che, non sono nate per essere interrogate, come se si trattasse di un caso clinico a cui diagnosticare un disturbo. Lolita esiste come dimensione, una dimensione emotiva che si è ramificata fino ad assumere la forma che conosciamo.

È un’esperienza che non può essere conclusa ne archiviata alla fine della lettura, che si dilata, invece, inglobando più coscienze mnemoniche.

pretendere una disamina introspettiva è snaturare il fenotipo Lolita.

 

Lolita chiede, piuttosto, di essere  morbosamente amato, amaramente ingoiato, spiato, ammirato (parlo dell’intero testo e non del personaggio in particolare).

Lolita è un Fotogramma già esistente,  la litografia  di qualche legame parentale percettibile nel filo genetico degli starti di una discendenza spinale, vertebra dopo vertebra , con dettagli che si estendono in altre longitudini,

che riguardano le linee  e la forma, una geometria musicale del testo, i dettagli inverosimilmente vividi e strategicamente stagliati.

 

Lolita quindi, si spande in lunghezza, è  un’estensione che ci si concede, ci si prende il tempo, ci si accinge a trovare la giusa e ci si preoccupa di accrescere adeguatamente lo spazio per  ospitarla.

I nervi a cui l’impulso arriva sono proti, ben tesi, impressionabili. Le sinapsi scattano e la condizione emotiva viene alterata.

Quella che per tutto il tempo della storia rimane presente è la guida e la supervisione dello stesso Nabokov, una guida tutt’altro che amorevole; piuttosto ostica, ambigua, altera, tediosa, egemone e funzionalmente curiosa di appurare  che l’effetto ottenuto sia esattamente quello desiderato e che lo sguardo del lettore si sia posato, esattamente, la dove il dito indicava, su quel dettaglio, su quel profumo – letteralmente – su quel colore.

In Lolita è tutto previsto, a cominciare da quali specifiche emozioni ti susciterà quello che leggerai, tutto questo, non per uno sterile puntiglio manieristico, esclusivamente perché questo è l’unico tratto prosaico valido perché  Lolita sussista.

Il lettore Nabokoviano non è libero e sa di non esserlo, anzi, necessita di essere condotto in certe particolari estensioni dell’animo letterario che Nabokov magistralmente manipola e accresce e che restituisce definite ma estese

rielaborate al solo scopo di dargli spazio per esistere, e lui realizza questo croccante tessuto di estensione umana, vuotandola di qualunque sostanza, mantenendone esclusivamente  l’essenza concava.

Io vedo Lolita distendersi, irrigidirsi e allo stesso tempo ammorbidirsi, quando mi approccio a lui, un ghigno di soppiatto, una moviola discutibile, una abat-jour, et voilá : dolorosa e soave trappola, un’istantanea in bianco e nero perfettamente contornata e adornata un poco opaca, sotto le ciglia umide.

Trattiene l’amarezza di una trottola di latta giocattolo lasciata su un parquet  deserto, in una casa vuota, la malinconia degenerativa della fine di una stagione emotiva assoluta, che però, il tempo è riuscito a piegare sotto lo spessore del suo sudario di velluto.lolita-8

Presentazione

13231224_10209332474699999_1577557459_nSono una persona munita di notevoli capacità introspettive (talvolta inutilizzate), di un canale emotivo fluido, una discreta quantità di idee fertili, una linfatica dose di predisposizione letteraria (qualunque cosa comporti) . Sono una persona intelligente e ragionevole, talvolta ossessiva, talvolta distrattamente compulsiva. Sono sprovvista di perseveranza. Sono un’individualista sfegatata. Portatrice sana di eccentricità ed appariscenza. Sono ostinatamente ingerente nei confronti dell’irragionevolezza e dell’ ingiustificatezza sfrontata altrui, le quali tirano fuori la parte più intransigente e malevola che possiedo e nei confronti delle quali perseguo una mania di sabotaggio rancoroso da cui traggo consolazione e appagamento tirannico. Sono dispotica e melliflua. Di pensiero decadente e fatalista. Diligentemente imprecisa. Spropositatamente esistenzialista. Fermamente introversa. Spesso abitudinariamente annoiata, presso le esigenti ore di benefica solitudine della mia esistenza. Insicura. Drastica. Inerte di fronte a varie avversità. Tendenzialmente intempestiva. Timorosa. In date situazioni abbastanza vacua. Spesso ingiustificatamente prolissa e speciosa(ehssi), logorroica e inadatta. Onesta fino alla sanità mentale, ma non cristallina. Buona, eppure temibile per la tenuità con cui mi riservo di apprezzare e comprendere atti di pura, oscura cattiveria. Non sono una persona temeraria. Detesto il fatto che più acquisisco esperienza e più mi affievolisco sensorialmente. Mi definisco poliamorosa, bisessuale/pansessuale e Borderline indiagnosticabile oramai, anarcofemminista, appassionata lettrice, con una predisposizione da libraia e una spiacevole, innata capacità di percepire le soggettività che si dipanano dai soggetti rispetto alle dinamiche della circostanza. I libri non sono oggetti e io non ammetto di prestarli, lasciarli, piegarli e perderli, me li porto “tutti” appresso, seguendo il criterio emotivo momentaneo, esagerando col peso. Potresti vedermi girare per strada ingobbita da un grosso zaino o appesantita da una straripante borsetta. Spesso mi rifugio in atteggiamenti artificiosi, soprattutto quando la sobrietà mi si appiccica addosso per insicurezza.